LA PIETRA LOCALE

E-mail Stampa PDF
La grande disponibilità di litotìpi dovuta alla particolare conformazione geologica del Piambello e la vicinanza con la città di Milano hanno favorito, per secoli, la coltivazione di numerose cave, utilizzate per ricavare materiale da costruzione e decorativo.
Nell'area del Piambello si identicano due aree che storicamente presentano vocazioni estrattive diverse: il comprensorio di Cuasso, per l'estrazione e la lavorazione del granofiro rosato e il comprensorio di Viggiù, che include Arcisate e Saltrio, per l'estrazione e la lavorazione dei calcari. Le cave di Cuasso erano a cielo aperto mentre quelle di Viggiù erano coltivate in galleria.
Oltre al cavatore di pietra, si svilupparono nella zona professioni legate alla lavorazione della pietra grezza: lo scalpellino, lo scultore, il lapicida e il marmista. I cavatori (picaprèda) davano lavoro ai tagliapietre che, a loro volta, fornivano la materia prima agli scalpellini (picasàss) e agli scultori.
L'impiego della pietra si allargò alle aree limitrofe alle cave: Varese, Saronno, Lugano e Milano. L'uso divenne massiccio nei secoli XVII e XVIII per i  decori architettonici delle facciate degli edifici privati e religiosi utilizzarono queste pietre sia per le strutture che per le decorazioni. Scultori, picasass e architetti di Saltrio, Viggiù e Arcisate, contribuirono alla realizzazione di numerosi monumenti di prestigio, dal Duomo di Milano, alla torre del Campidoglio di Roma mentre gli stessi centri storici dei borghi del Piambello offrono alla vista un continuo susseguirsi di portali, cornicioni e balaustre fregiate in pietra.
Tra il 1900 e il 1930, la pietra delle cave di Viggiù e Saltrio fu particolarmente apprezzata per decorare le grandi residenze, anche dell'alta borghesia milanese.
L'uso del granofiro e dei calcari naturali cessò alla fine del XIX secolo con l'avvento della pietra artificiale, un nuovo materiale che consentiva di realizzare motivi decorativi con una spesa nettamente minore. Molti furono gli emigranti che alla fine dell'Ottocento si trasferirono dalla zone del Piambello negli Stati Uniti, verso lo stato del Vermont.
Il materiale lapideo, a seconda della destinazione, poteva esser trasportato via terra, con carri matti trainati da buoi e via acqua, sui barconi, lungo i navigli, il Ceresio, il Verbano e il Ticino. La seconda opzione si rivelava d'obbligo nella movimentazione di pezzi di peso considerevole.

Cave_di_Cuasso_al_Monte_ieri

Le cave a cielo aperto di Cuasso al Monte, cartolina d'epoca, anni '20-'30 del Novecento circa.

 

Antiche_cave_a_Viggiu

Cave in galleria sotterranea a Viggiù, cartolina d'epoca, primi del XX secolo.

LE PIETRE DA COSTRUZIONE DEL PIAMBELLO

 

Il GRANOFÌRO DI CUASSO è una roccia magmatica ipoabissale a composizione silicatica (quarzo, feldspato, plagioclasio) di colore rosso-aranciato riferita al Permiano. Le cave principali sono ubicate presso l'abitato di Cuasso al Monte, ma un tempo erano attive anche presso il monte Mondonico in Valganna. Fu impiegato localmente come pietra da costruzione (Ganna, abbazia di San Gemolo, XII sec.). Blocchi e blocchetti furono poi utilizzati nelle pavimentazioni stradali e, più raramente, negli zoccoli degli edifici e nell'architettura cimiteriale alla fine XIX - inizi XX secolo.

 

PIETRA DI VIGGIU': Tra i diversi litotipi di arenaria calcarea, noti genericamente come "pietra di Viggiù", i cavatori del posto distinguevano una calcarenite a grana fine, la "gentile", una calcarenite a grana grossa, il "granitello" e un calcare marnoso dal colore variegato, il "Fior di Sant'Elia". La pietra di Viggiù era impiegata sia come materiale da costruzione che per scopi ornamentali: tra le sue caratteristiche vi era la buona lavorabilità, la compattezza e la resistenza alle intemperie e si prestava molto bene alla levigatura e lucidatura. Fu impiegata nella realizzazione della facciata della basilica di San Vittore (Varese), nel giardino di Villa Della Porta-Bozzolo a Casalzuigno, nei portici settentrionali di piazza Duomo (Milano), nel vecchio edificio della stazione centrale (Milano) e nella facciata della stazione di Porta Nuova (Torino).

 

La PIETRA DI SALTRIO è un calcare dall'aspetto a grana compatta. Si suddivide, a seconda della colorazione e delle grane, nelle varietà Corso dei bagni, Nero di Saltrio, Cenerino, Latte e vino. Appartiene alla serie sedimentaria delle Alpi meridionali - formazione dei "Calcari selciferi lombardi" (Giurassico) che affiora in tutta la fascia prealpina della provincia di Varese. La pietra di Saltrio si ritrova già usata nel rivestimento delle mura romane di Milano (datate circa al 32 - 27 a.C.). Il suo impiego perdurò per tutto il Medioevo ed è oggi visibile a Palazzo Litta, nella basilica di S. Maria delle Grazie e nel cimitero monumentale (Milano), nel Pantheon del cimitero di Staglieno (Genova), nella Certosa di Pavia, nel Santuario di Santa Maria dei miracoli (Saronno), e nella Cattedrale di san Lorenzo (Lugano). Anche Saltrio è stata un'importante fucina di scalpellini ed artisti. All'interno delle cave di Saltrio furono rinvenuti i resti di un raro dinosauro giurassico detto Saltriosaurus.

 

La PIETRA DI BRENNO, cavata ad Arcisate e molto simile alla pietra di Viggiù, è una calcarenite oolitica finissima, ottima per i lavori di ornato, statuario e colonne. Fu impiegata nella basilica di San Vittore e al Sacro Monte (Varese).

 

Per approfondire:

Granofiro_di_Cuasso

Granofiro di Cuasso.

 

Pietra_di_Viggiu

Diverse varietà della pietra di Viggiù: la piombina (6) e il fior di Sant'Elia (7).

 

Varieta_di_pietra_di_Saltrio

Due varietà della pietra di Saltrio: il grigio (20) e il nero (21). Da: Museo dei picasass, Viggiù.