L'ENIGMA DEL "VULCANO DI GRANTOLA" - CUGLIATE F., CUNARDO, GRANTOLA

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La zona tra Grantola e Fabiasco fu oggetto di indagine geologica sin dalla fine del Settecento. Diversi geologi, alcuni dei quali godevano all'epoca di fama internazionale, effettuarono dei sopralluoghi nella zona fra Cunardo, Grantola e Cugliate Fabiasco, dopo che il naturalista francese Louis Benjamin Fleuriau de Bellevue, ipotizzò l'esistenza di un vulcano estinto nei pressi di Fabiasco.

In particolare, ciò che destò la curiosità dei geologi, era la composizione e la natura della roccia che compone i monti di Castelvecchio. I diversi sopralluoghi, susseguitisi fra fine Settecento e il primo quarto dell'Ottocento, diedero luogo ad un vero e proprio dibattito fra studiosi, schierati tra coloro che attribuivano alla zona una presunta origine vulcanica e chi invece escludeva, più o meno nettamente, tale ipotesi.

Di fatto, ancora nel 1869, Gaetano Negri ed Emilio Spreafico ricordavano l'importanza della zona "essendo [stata] nei primordi della scienza, il campo delle più vive battaglie tra nettunisti e plutonisti"

Negri G., Spreafico E., Saggio sulla geologia dei dintorni di Varese e Lugano in Memorie del Reale Istituto lombardo di Scienze Lettere ed Arti, s. 3., v. 11, fasc. 2, Milano 1869.

Un fondamentale aiuto nella ricostruzione storica della vicenda sul "vulcano di Grantola" è rappresentato dalla minuta di una lettera manoscritta inedita e non datata, scritta dall'abate Carlo Amoretti e conservata presso l'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere di Milano, dal titolo "Ragguaglio della letteraria quistione tra il Prof. Pini ed il Sig. Fleuriau de Bellevue intorno quel vulcano".

Fleuriau de Bellevue non pubblicò nulla sulla supposta natura vulcanica dei monti intorno a Grantola e questo documento fornisce informazioni molto preziose sulle idee del francese ricavabili, ancora oggi, solo attraverso la lettura delle parole di Amoretti.

"Il Sig. Fleuriau nulla volle dare al pubblico, ma si contentò di esporre in pochi foglietti ms [manoscritti] le sue ragioni, e dienne copia ad alcuni suoi amici, fra i quali compiacquegli di me pure annoverare."

(Dal manoscritto inedito "Ragguaglio della letteraria quistione tra il Prof. Pini ed il Sig. Fleuriau de Bellevue intorno quel vulcano", pag. 2v).

Nel ripercorrere le tappe del dibattito sul presunto vulcano di Grantola, Amoretti affermava che fu Ermenegildo Pini, "delegato alle miniere", il primo geologo che esaminò

"que' monticelli o tumuli che stanno in Valcuvia fra Grantola, Fabiasco e Cunardo sia per la forma loro particolare che per la qualità del sasso di cui sono composti."

(ibidem, pag. 1r).

Amoretti così proseguiva nel racconto:

"Vide il sig. Bellevue nel ricco gabinetto di storia naturale del P. Pini alcuni pezzi del sasso nero [...], e udito che erano de' nostri monti argomentò che in quel luogo fossevi un vulcano estinto, tosto andovvi e tornonne colla intima persuasione di aver colà veduti chiari indizi di un volcano antichissimo."

(ibidem, pag. 1v).

Dopo un primo sopralluogo nella zona intorno a Grantola, Fleuriau de Bellevue tornò ancor più convinto della sua supposizione ed Amoretti spiegava le ragioni di una così forte convinzione:

"L'aspetto de' monticelli, il sasso non stratificato in alcun modo, pieno di buchi come le terre vitrificabili al fuoco, il nome stesso d'un di que' dossi, che dicesi monte bruciato, la facilità che ha a fondersi alla cannetta il sasso vitreo, la somiglianza di tutte queste proprietà co' sassi di Volcani estinti di Francia e d'Italia che il Sig. Fleuriau aveva esaminato insieme all'Ill. Dolomieu assicuravano, secondo lui, l'esistenza d'antico vulcano."

(ivi).

Per ciò che concerneva il particolare sasso che si rinveniva nei pressi di Grantola, Cunardo e Fabiasco,

"Il sig. Fleuriau vuol che sia lava, e dice la Lava vitrea"

(ibidem, pag. 1r).

Con tutta probabilità, i foglietti con le idee di Bellevue, di cui parla Amoretti, giunsero in mano ad altri studiosi, che, in diversi casi, non tardarono a replicare al naturalista francese.

Il primo a controbattere le affermazioni di Fleuriau de Bellevue fu proprio Ermenegildo Pini che, dopo aver nuovamente visitato la zona asserì che:

"Da alcune osservazioni però, che di passaggio feci allora sopra luogo, [...] riconobbi che tale sospetto [che qualche vulcano abbia esistito in quelle vicinanze] era senza fondamento."

(Pini E., Di alcuni fossili singolari della Lombardia austriaca, e di altre parti d'Italia, Marelli, Milano 1790, pag. 11).

 

"[...] Io ricercai diligentemente se si trovassero nei contorni di Grantola pomici, o vetri o crateri; ed a tal fine girai tutto quel circondario nel circuito di circa sei miglia [...]. Ma niente trovai di ciò che io ricercava, anzi mi risultò quella costituzione di monti, che è del tutto aliena dall'esser vulcanica."

(ibidem, pag. 15).

 

Il particolare "sasso" che Bellevue aveva chiamato lava vitrea, venne invece definita, da Pini, porfido vitreo: quest'ultimo, però, secondo lo studioso, non poteva essere collegato ad un'origine vulcanica:

"In tali escavazioni io non tardai a riconoscere, che il Porfido vitreo non può essere vulcanico."

(ibidem, pag. 23).

 

"Rimane per tanto costante che il Porfido vitreo non ha i caratteri né di vetro vulcanico, né di Basalte, né di una Lava qualunque; altronde esso ha i componenti del porfido, e trovasi tra altre materie decisamente porfiritiche, ed in una regione, in cui niente appare di vulcanico."

(ibidem, pag. 34).

 

Le conclusioni di Pini furono nette e non  sembrarono lasciar spazio ad ulteriori considerazioni:

"Dalle cose finora esposte vuolsi conchiudere, che nei siti, ove trovasi il descritto Porfido vitreo, niente avvi di vulcanico."

(ibidem, pag. 46).

 

La controversia rimaneva al momento irrisolta e neppure il celebre Déodat de Dolomieu, geologo ed ispettore del Corps des mines, che durante il suo viaggio nelle Alpi lombarde ebbe occasione di visitare Grantola, fu di aiuto alla soluzione della questione. Egli osservò sul luogo, la "situazione singolare di alcune sostanze", senza però specificare né quali fossero le sostanze né, tanto meno, la situazione:

"L'examen des circonstances locales m'a presque laissé dans la meme indecision où m'avaient mis les écrits des deux contendans;et quoique quelques raisons (fournies plutot par la difficultè d'expliquer, autrement que par l'action des volcans, la situation singulière des certains substances et leur aspect équivoque, que par des caracteres vraiment distinctifs) me fassent croire que la balance doit pencher en faveur du francais, je n'oserais prononcer un jugement formel, tant est difficile la decision de quelques problemes geologique, quoique tout ce qui les concerne soit circonscrit dans un petite espace; tant les produits de l'eau ont quelquefois de rapports avec ceux modifes par les agens volcaniques, tant sont mystérieux et équivoques les procédés par la nature pour la constitution de certaines contrées; et tant enfin sont variés les effets de ses operations successives."

Dolomieu D., Rapport fait à l'Institut national, par le Citoyen Dolomieu, Ingénieur des mines, sur ses voyages de l'an V et de l'an VI in "Journal des mines", n° 41 – 1797, pag. 391.

TRAD: L'esame delle circostanze locali mi ha lasciato quasi nella stessa indecisione in cui mi avevano posto gli scritti dei due contendenti; e, sebbene alcuni aspetti (rappresentati dalla difficoltà di spiegare, diversamente che dall'azione dei vulcani, la particolare situazione di alcune sostanze ed il loro aspetto equivoco, piuttosto che da caratteri realmente distintivi) mi facciano credere che l'equilibrio dovrebbe pendere a favore del francese, non oserei esprimere un giudizio, in quanto è difficile decidere in merito ad alcune questioni geologiche, anche nel caso in cui quanto le riguarda sia circoscritto in un piccolo spazio; come i prodotti d'acqua a volte hanno rapporti con quelli modificati dagli agenti vulcanici, così sono misteriosi e ambigui i procedimenti utilizzati dalla natura per la formazione di alcune regioni, e infine, altrettanto diversi sono gli effetti delle sue opere successive.

 

Nel 1801, Carlo Amoretti, nella seconda edizione del suo "Viaggio da Milano ai tre laghi" tornò sulla questione e riassunse la disputa sul "Vulcano di Grantola", che faceva anche da titolo a pagina 131 del testo. Attraverso le sue parole, tese all'imparzialità storica, era possibile risalire a diverse affermazioni di Bellevue, che avevano dato avvio alla questione.

Nel 1807, si aggiunsero nuovi elementi nel dibattito: Giuseppe Gautieri, naturalista e membro della commissione miniere e foreste del Regno d'Italia, dopo aver visitato, per ben due volte, la zona di Grantola e dintorni, pubblicò un ricco studio di 77 pagine, interamente dedicato alla questione dal titolo "Confutazione della opinione di alcuni mineraloghi sulla volcaneità de' monticelli collocati tra Grantola e Cunardo nel Dipartimento del Lario".

Dopo attente analisi Gautieri non ravvisò indizi sufficienti al fine di comprovare l'origine vulcanica di questa parte di rilievi prealpini e, nel suo lavoro, confutò, passo per passo attraverso numerose argomentazioni, le congetture di coloro che si erano espressi a favore dell'origine vulcanica dei monti di Grantola. Del resto, Gautieri dimostrò di non aver alcun timore reverenziale nei confronti degli studiosi che, all'epoca, godevano di grande autorità.

"Non è perciò vero un paradosso, perché taluno, ed anche la pluralità, lo crede per verità. Siamo in tempi ne' quali la Filosofia è finalmente giunta a giustificare il predominio della ragione su quello della autorità."

(Gautieri G., Confutazione della opinione di alcuni mineraloghi sulla volcaneità de' monticelli collocati tra Grantola e Cunardo nel Dipartimento del Lario, Silvestri, Milano 1807, pag. 10).

Le confutazioni di Gautieri erano puntuali ed accurate: l'idea di Bellevue, secondo il quale l'assenza di vegetazione sui monti di Grantola era prova dell'origine vulcanica, venne così contestata:

"La nudità de' monticelli è tanto mal sicura garante della volcaneità loro. [...] È infatti noto, che l'Etna, li volcani stessi dell'Assia, e li contorni del Vesuvio sono ricchi di vegetabili, poichè le lave decomposte sono, generalmente parlando, attissime per la vegetazione, e perciò fertilissime."

(ibidem, pag. 11).

Ancora, secondo Gautieri, contrariamente a quanto supponeva Bellevue, neppure i toponimi delle località erano necessariamente attribuibili all'origine vulcanica della regione:

"Monte brugiato non ebbe, cred'io, per altro motivo un tal nome, se non se o perché vi è, siccome progetta Pini, intervenuto alcuno di quegl'incendj di boschi, che alle montagne sono frequenti."

(ibidem, pag. 13).

Gautieri, nell'esposizione del suo pensiero, non mancò neppure di rivolgere una critica metodologica ai due studiosi francesi:

"Li monticelli sono bensì composti di un consimile sasso, ma esso non è ivi bucherato, o tutt'al più lo è soltanto alla superficie, e ne' pezzi staccati. [...] Dichiarar volcanico un sasso senza averne veduto la sua derivazione, ove grande dovea gia da per se cadere il dubbio sulla sua natura, e formazione? Che n' dirà la fede comune? [...] Chi avanzò questa proposizione scordossi in quell'istante e delle regole della sana logica, e degli obblighi del Geognosta, il quale da un qualche pezzo staccato conchiuder non deve alla struttura, alla qualità, e natura della montagna."

(ibidem, pagg. 15-16).


Numerosi altri geologi ripresero, all'interno delle loro opere, la questione sul cosiddetto vulcano di Grantola: Johann Gottfried Ebel, ad esempio, nel suo Manuel du voyageur en Suisse del 1811, nel trattare delle colline dei dintorni di Grantola e delle rocce che le compongono, si uniformò interamente al parere di Pini e Gautieri.

Il mineralogista francese François Sulpice Beudant visitò Grantola nel 1817, così come dichiarava nella sua opera. Beudant, che attestò l'appartenenza del sasso denominato dal Pini "porfido vitreo" - che in sostanza si dimostrava una retinite - alla formazione del grès rosso, in una nota, espresse la sua opinione in merito alla discussione sui colli di Grantola, la cui origine non era, secondo lui, da attribuirsi a vulcano:

"Je ne partage pas l'opinion de M. Fleuriau de Bellevue, par les raisons que je rapporte ici en text: mais son mémoires n'en est pas moins d'un grand intéret, parce qu'il se divise naturellement en deux parties, l'une descriptive, l'autre systématique. Il n'est pas étonnant que dans cette dernière l'auteur ait pris l'opinion d'une origine ignée puisqu'il sortait des pays éminemment volcaniques et qu'à cette époque on ne connaissait pas encore d'autres localités où l'on rencontrat des produits vitreux dans un ordre de terrain sur lequel on puisse élever quelque doute."

(Beudant F. S., Voyage minéralogique et géologique en Hongrie pendant l'année 1818: relation historique, tomo II, Verdière, Paris 1822, pagg. 590-591).

TRAD: Non condivido l'opinione di M. Fleuriau de Bellevue, per le ragioni che riporto qui nel testo: ma le sue memorie sono di grande interesse, perché si dividono naturalmente in due parti, l'una descrittiva, l'altra sistematica. Non è sorprendente che in quest'ultima l'autore abbia espresso il parere di un'origine ignea dal momento che lui visitò dei paesi vulcanici e che a quell'epoca non si conoscevano ancora altre località presso cui si incontravano dei prodotti vetrosi in un ordine di terreno sul quale si può sollevare qualche dubbio.

 

Leopold von Buch dichiarò di accettare le idee di Fleuriau de Bellevue circa l'origine eruttiva dei porfidi di Grantola e Cunardo, ma negò che essi fossero stati prodotti da vulcani recenti. Nel breve commento che accompagnava la prima carta geologica della regione compresa tra i laghi d'Orta e di Lugano, egli propose anzi un'ipotesi alternativa sull'orogenesi del luogo:

"La collina di Grantola scorgesi composta di masse incoerenti di un tufo analogo molto a quello che suole spessissimo accompagnare le rocce sollevatesi in massa dal seno della terra; e tale debb'essere appunto l'effetto necessario dello sfregamento di così fatte masse emergenti contro le pareti delle rocce che fu ad esse forza di traversare; ma non può certo esserlo mai d'una, ivi al tutto gratuitamente supposta, eruzione vulcanica."

(Von Buch L., Carte géologique du Terrain entre le lac d'Orta et celui de Lugano, par M. Léopold de Buch; ossia Tipo geognostico del Terreno (I) che sta in posto tra i due laghi d'Orta e di Lugano, del signor Barone Leopoldo De Buch. Notizia comunicata dal dottor Claro-Giuseppe Malacarne, 1829, pag. 5).

E ancora:

"Le colline di Grantola e di Cunardo non sono dunque da ritenersi come prodotte da un vulcano"

(ibidem, pag. 8).

 

Scipione Breislak, nel 1838, in un articolo apparso nelle Memorie dell'Imperiale Regio Istituto del Lombardo Veneto, propose un sunto storico della controversia sul vulcano, senza però esprimere la propria opinione. Il geologo rimaneva, però, pur sempre, "inclino a credere che i conglomerati più antichi della nostra contrada si debbano riferire alla formazione del gres rosso" (pag. 69), uniformando il suo pensiero alle idee di Beudant.

Negri e Spreafico si allinearono con l'idea secondo cui la roccia che si rinveniva tra Grantola e Cunardo, fosse, effettivamente, un porfido:

"In alcuni punti del colle da Cunardo a Grantola, si frappongono in essi [porfidi] degli strati di una retinite vitrea, nerissima, rilucente, la quale, quando è da molto tempo esposta all'azione atmosferica, si rivela sparsa di minuti e gialli cristallini, la roccia appunto che veniva denominata dal Pini porfido vitreo."

(Negri, Spreafico, Saggio sulla geologia dei dintorni di Varese e di Lugano in Memorie del Reale Istituto lombardo di scienze e lettere, vol. X - I della III serie- Bernardoni, Milano 1867, pag. 12).

In conclusione si può affermare che Pini e Gautieri fossero contrari rispetto all'opinione di un'origine vulcanica del sasso in questione; in particolare il pensiero dei due sembrava vicino alle ipotesi nettuniste, secondo cui le rocce in generale, e dunque anche i porfidi di Grantola, avrebbero avuto origine dalla sedimentazione delle acque marine. Ebel e Beudant erano nella sostanza d'accordo con Pini e Gautieri anche se nessun nuovo elemento venne aggiunge al dibattito da parte dei primi.

Breislak, nella sua opera postuma non osò esprimersi in modo definitivo sulla questione anche se era tuttavia incline alle idee plutoniste e definiva gli affioramenti di Grantola come rocce di aggregazione (conglomerati) appartenenti al gres rosso. Secondo lui il materiale che Pini aveva definito porfido vitreo era in realtà una retinite.

Von Buch era anch'egli convinto dell'origine eruttiva dei porfidi di Grantola, che individuava come causa del sollevamento della catena delle Alpi.

 

Da recenti sopralluoghi effettuati nella zona, è emersa la presenza di diversi affioramenti che possono essere ricondotti a rocce ignee ipoabissali (o sub-vulcaniche), ossia formatesi a debole profondità nella crosta terrestre.

I litotipi affioranti, classificabili come "porfidi", appartengono senza dubbio alla serie vulcanico-intrusiva permiana nota come "Formazione porfirica del Varesotto" e, se da una parte provano l'avvenuta attività magmatica nella zona, non necessariamente indicano la presenza di antichi vulcani attivi in loco.

I porfidi hanno infatti origine dalla cristallizzazione lenta, in ambiente intrusivo, dei fenocristalli a cui segue un raffreddamento veloce dovuto allo spostamento del magma in via di raffreddamento solo verso la superficie terrestre o in prossimità di questa.

In conclusione, nessun affioramento nella zona di Grantola e' riconducibile ad attività vulcanica (né di tipo esplosivo né effusivo); nonostante, come più volte sottolineato, il Varesotto fosse in età permiana sede di vulcanismo attivo, l'area investigata era dominata da attività magmatica di tipo sub-vulcanico.

per approfondire 

Manoscritto_Amoretti

Frontespizio del manoscritto di Amoretti "Vulcano di Grantola nell'Alto Milanese", Fondo Carlo Amoretti, Tit. XI, Foglio 21, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere – Milano.

 

Monte_di_Castelvecchio

Il Monte di Castelvecchio, sulla cui cima Fleuriau de Bellevue ipotizzò l'esistenza del cratere del vulcano.

 

Faggeta

Una faggeta che si sviluppa a Grantola, lungo i sentieri percorsi dai geologi tra Settecento e Ottocento.

 

Profilo_geologico

Profilo geologico della zona compresa tra Varese e Ponte Tresa. Particolare tratto dalla Carta di tipo geognostica de' Terreni che osservansi in posto tra il lago d'Orta e il lago di Lugano e nei loro dintorni, del celeberrimo Barone Leopoldo de Buch, col consenso di Lui, ricorretta sui luoghi stessi. Notizia comunicata dal dotto Clao Giuseppe Malacarne a S. M. p., Milano 1829.

 

Fleuriau_de_Bellevue

Olio su tela raffigurante Fleuriau de Bellevue.

© Muséum d'Histoire Naturelle de La Rochelle.

 

Ermenegildo_Pini

Ritratto di Ermenegildo Pini. Da: Pini E., Dell'architettura: dialoghi, Stamperia Marelliana, Milano 1770.

 

Carlo_Amoretti

Carlo Amoretti. Da: Viaggio da Milano ai tre laghi: Maggiore, di Lugano e di Como e ne' monti che li circondano, Silvestri, Milano 1824, VI ediz.

 

Barone_von_Buch

Litografia raffigurante Leopold von Buch, conservata presso la Pinacoteca Repossi di Chiari (BS). Da LombardiaBeniCulturali.it

 

Scipione_Breislak

Scipione Breislak. Da Catalogo multimediale per la valorizzazione e la diffusione del patrimonio storico scientifico - Università di Napoli Federico II.

 

campione

Campione di porfido prelevato da un affioramento nei boschi di Grantola.

 

 

BOSCO_GRANTOLA

Affioramento porfirico lungo un sentiero, Grantola. 


 

affioramento

Particolare dell'affioramento.