ANTRO DELLE GALLERIE - INDUNO OLONA

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SAPORI DI LAGO E DI MONTI

PEDALANDO NEL PIAMBELLO

 

L'antro delle gallerie è un intricato ed imponente complesso di gallerie, vani, pozzi e cunicoli scavato nella roccia arenaria, quasi tutto artificialmente con scalpello, ad eccezione di qualche preesistente cavità naturale. Le gallerie, strette e tortuose, hanno uno sviluppo lineare di circa 800 metri mentre i pozzi e la parte inferiore dell'antro sono invasi dalle acque.

Questo particolare luogo ha rappresentato, sin dalla sua "scoperta", un vero e proprio enigma data l'impossibilità, almeno fino ad anni piuttosto recenti, di recuperare o ricostruirne la storia e le funzioni.

Nel 1873 il sacerdote Raffaele Inganni, durante un’escursione a scopo venatorio nella zona dell’Alpe Cuseglio, si imbatté fortuitamente in uno strano dedalo di gallerie, certamente già noto agli abitanti della zona, a cui attribuì il nome di "Antro delle gallerie". Proprio l’Inganni fu colui che per primo esplorò il luogo con scopi archeologici - scientifici.

Il primo scritto su quello che era stato battezzato dunque "Antro delle gallerie" fu opera di Giulio Cesare Bizzozero, che, in un articolo del 1874, oltre a fornire una breve descrizione della struttura, dovette riconoscere che:

"Nessun documento, nessuna tradizione, per quanto si sappia, segna l'epoca di tale escavazione; nessuno di quanti in questi giorni la esaminarono, seppe spiegare lo scopo pel quale venne intrapresa. Le ipotesi fatte caddero da sè per mancanza di argomenti serii che le potessere sostenere".

G.C. Bizzozero, Notizie del Circondario - Museo Patrio in Varese in "La Cronaca Varesina", 30 agosto, Varese 1874.


Innocenzo Regazzoni ebbe il merito di produrre il primo lavoro degno di nota dedicato all'antro. Ne "L'uomo preistorico nella Provincia di Como" del 1878, oltre a fornire una minuziosa descrizione della struttura, il paletnologo escluse tutte le ipotesi che, dal momento della scoperta, erano state formulate sulla natura dell'antro, ossia quella di una ricerca mineraria, quella di dimora umana e quella di una necropoli etrusca, celtica o gallica. Regazzoni raccontò anche del ritrovamento, risalente a 4 anni prima, su una parete interna dell'antro, di un'iscrizione che alcuni membri del Regio Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, interpellato in merito, interpretarono come etrusca. La questione era ancora lontana da una risoluzione, tant'è che il Regazzoni chiudeva la sua opera riconoscendo che:

Il buio regna e profondo attorno all’antro delle gallerie”.

 

Nel 1896 l'archeologo Filippo Ponti affermò che l'antro potesse essere stato utilizzato per cavarne materiale da costruzione, anche se l'ipotesi risultava a lui stesso poco convincente per il fatto che "...questi (i blocchi di pietra) sarebbero stati tolti con minor fatica dalle falde del monte estendendosi a destra ed a sinistra dell'ingresso alla grotta senza praticarvi all'interno delle gallerie profonde, anguste e suddivise in varie ramificazioni" (da: I Romani ed i loro precursori, vol. I, Intra 1896).  

La notizia delle ricerche sull'Antro delle gallerie si estese intanto perfino all’estero, anche se le riviste estere si limitavano a riportare, quasi senza commento, ciò che era stato pubblicato in Italia. 

Edoardo Dietz, in una ricognizione del 1931, rinvenne nell'antro due scalpelli in ferro, ossa di orso e teschi di topo. Egli formulò una nuova ipotesi che vedeva nell'antro un' "opera preparata per un'ultima disperata difesa degli antichissimi primi abitatori della valle o delle sue vicinanze".

Nel tentativo di ricostruzione della storia dell'antro delle gallerie non mancarono descrizioni terrificanti e fantasiose: Giuseppe Talamoni, nel marzo del 1935, pubblicò su «La Provincia di Varese» un racconto in cui l’Antro era descritto come "una bolgia dantesca crivellata da un tarlo apocalittico, luogo di convegno di streghe da tregenda".

Nel 1947, furono organizzati numerosi sopralluoghi da Mario Bertolone del Civico Museo di Varese e, nel dicembre dello stesso anno, i rilievi geologici guidati da Ardito Desio. La speranza di rinvenire filoni metalliferi, specialmente oro e argento, convinse in seguito la società MI.RI.VA (Miniere Riunite del Varesotto) a finanziare indagini di ricerca mineraria, il cui risultato fu però insoddisfacente.

La soluzione dell'enigma arrivò, inaspettatamente, nel 1960: durante il restauro delle facciate dell'attuale Cine-Teatro di Ganna si pose la necessità di recuperare la stessa tipologia di pietra locale, usata nella costruzione dell'edificio originario, la quale del resto, era stata impiegata anche nei costoloni del campanile della Badia di Ganna. Dopo una serie di ricerche nelle cave limitrofe per individuare il luogo da cui era stata estratta, a suo tempo, la pietra impiegata nella costruzione della Badia, si giunse ad una svolta decisiva: l'arenaria quarzosa utilizzata nella realizzazione dell'edificio sacro avrebbe potuto provenire proprio dall'Antro delle Gallerie, data la somiglianza tra la formazione rocciosa dell'Alpe Cuseglio e il materiale impiegato nella costruzione dell'eremo benedettino. Le analisi sperimentali condotte dal Museo di Storia Naturale di Milano, confermarono l'identità tra i campioni di roccia prelevati da San Gemolo e l'Arenaria affiorante in Valganna.

Durante gli scavi del 1962 fu individuato un ulteriore ingresso dell'antro, in corrispondenza del quale venne individuata anche una strada carreggiabile di buone proporzioni che, presumibilmente, era percorsa per trasportare il materiale prelevato verso Ganna. Gli scavi portarono alla luce anche cocci di ceramica traslucida di tipo medioevale, cocci di tegole, chiodi di ferro battuto, simili a quelli rinvenuti durante le ricerche archeologiche della Badìa. Non fu rinvenuto però nulla che potesse comprovare la congettura di antiche attività etrusche o romane.

Le indagine e le misurazioni tra il 63/64 permisero la pubblicazione della mappa planimetrica dell'intero scavo (1966).

Il periodo di sfruttamento dell'Antro delle Gallerie fu pertanto stimato tra l'XI e il XVI secolo, con la fase di maggior impiego nel 1100, epoca di costruzione del campanile, del chiostro e dei locali del monastero.

Nel momento in cui si scrive, l'antro delle gallerie sembra aver svelato buona parte dei suoi segreti, anche se alcuni studiosi riservano ancora dei dubbi in merito a questioni irrisolte: Andrea Candela, per esempio, ipotizza che i monaci della badia di Ganna abbiano fatto uso di scavi precedenti e più antichi, probabilmente, eseguiti sulle tracce di depositi e filoni ferrosi rinvenuti in anfratti naturali preesistenti.

 

Ubicazione

Località Alpe Cuseglio, Induno Olona.

Mappa_Antro_delle_Gallerie

L'ubicazione dell'Antro delle Gallerie (pallino celeste). Dettaglio Carta dei sentieri 1:25.000 "Valceresio, Valganna, Valmarchirolo", Comunità Montana del Piambello, Arcisate 2012. Rielaborazione Maria Faccioli.

 

Per approfondire:

  • Frecchiami, M., L’antro delle gallerie in Valganna, in “Archivio storico della badia di S. Gemolo”, fasc. IV, Varese 1973.
  • Dietz. E., L’antro delle gallerie in Valganna: nuove esplorazioni e nuove ipotesi in “Archivio della società storica Varesina, vol. I, 1931-32, Stab. Tip Littorio, Varese 1932
  • Frecchiami, M., La sfinge della Valganna in "Rassegna storica dei comuni", n.5/6, anno III, set-dic 1971, s.l.
  • Candela, A., Ricerche di archeologia mineraria nell'area occidentale delle Prealpi Lombarde: scenari di conservazione e riqualificazione del paesaggio culturale in "Geostorie", anno XVI, n. 1, pp. 77-128, Cisge, Roma 2008.

Interno_Antro_delle_Gallerie

Un passaggio dell'Antro delle gallerie.

 

Antro_delle_gallerie_cunicolo

Un cunicolo allagato. Questa e la precedente immagine sono di Osvaldo Mussini.

 

Antro_delle_Gallerie_Iscrizione

L'iscrizione rinvenuta su una parete dell'antro nel 1874.

 

Antro_delle__Gallerie_martellina

Martellina ritrovata nel 1932. Questa e la precedente immagine sono tratte da: Frecchiami M., L'antro delle gallerie in Valganna, estratto da «Archivio storico della badia di S. Gemolo» fasc. IV, Varese 1973.

 

pianta_prof._Talamoni

Pianta dell'antro redatta dal prof. P.L. Talamoni nel 1951